Tra Belbo e Bormida. Luoghi e itinerari di un patrimonio culturale

La ricerca storica sul Patrimonio Culturale delle Valli Bormida e Belbo si è mossa su un terreno largamente inesplorato per i secoli successivi alla fine del medioevo. Il territorio delle due valli, infatti, è stato a lungo conteso fra Monferrato, Milano e Savoia, e fino alla metà del Settecento non si è affermata la sovranità torinese. Ciò rende oggi impossibile per lo storico avvalersi delle fonti che un’autorità di tipo statale produce nel tentativo di controllare un’area periferica. Senza questo terreno rassicurante, ci si deve affidare a fonti non amministrative, poco praticate dagli storici dell’età moderna e contemporanea: quelle ecclesiastiche, quelle signorili, e quelle fonti particolari rappresentate dagli elementi del patrimonio storico-artistico, architettonico e archeologico.

Lo studio di questi tre aspetti costituisce il carattere peculiare della ricerca sulle Valli Bormida e Belbo. Un carattere fortemente unitario, che è stato possibile identificare grazie al fatto che tutte le fonti disponibili erano concordi nell’indicare nell’assetto del territorio delle due valli un problema di analisi ineludibile.

Un primo passo è consistito nel leggere i risultati della catalogazione del Patrimonio Storico-artistico con un approccio che definiremmo storico-topografico: collocare, cioè, i singoli elementi del patrimonio stesso nei luoghi in cui lo si era rintracciato, o ai quali si poteva risalire ricostruendone le vicende di conservazione. Ne è risultata un’immagine straordinariamente dispersa ed eterogenea, che rimandava con forza allo studio dell’assetto del territorio. Questo aspetto ha richiesto di analizzare l’assetto insediativo delle diverse località comprese nell’area delle due valli. In assenza di fonti amministrative, l’analisi si è indirizzata verso l’unica istituzione in grado di abbracciare l’intera area, la diocesi acquese. Una scelta obbligata, che tuttavia ha permesso di avviare uno spoglio sistematico della documentazione straordinariamente ricca dell’Archivio della Curia episcopale di Acqui.

Con queste fonti di matrice ecclesiastica - visite pastorali e contenziosi legati al cerimoniale – si sono potute ricostruire le ragioni di una presenza così capillare e diffusa del Patrimonio Culturale: le comunità locali manifestavano una natura frammentaria, policentrica, fatta di microinsediamenti in tensione reciproca (un saggio di Luca Giana ne illustra le vicende sei e settecentesche). Tali microinsediamenti si rivelano in ogni caso capaci di una stupefacente durata: ancora nell’ultimo secolo risultano alla base di quelle microaziende protagoniste delle pratiche di attivazione delle risorse vegetazionali, e delle ben note produzioni casearie che ne derivano. L’approccio dell’ecologia storica ha permesso a Paola Nano e Giuseppina Poggi di studiare le pratiche di attivazione delle risorse vegetali e le vocazioni produttive). La documentazione relativa all’età moderna aggiunge tuttavia un punto essenziale per la comprensione del patrimonio culturale: la frammentazione insediativa e amministrativa influenza la natura del cerimoniale, e può rappresentare una risorsa per notabilati che hanno relazioni e subiscono pressioni da parte di centri differenti, nello spazio e nel tempo - Genova, Milano, Monferrato, Savoia: il contributo di Gabriella Parodi ne studia i cerimoniali . Questa parte del lavoro è confluito in una mostra cartografica con sede a Mombaldone, curata da Luca Giana e Vittorio Tigrino.

Tale frammentazione si rispecchia nei modi in cui era costruito e gestito il potere. Quello signorile, prima di tutto: esso è stato analizzato attraverso la documentazione dei fondi Scarampi conservati nell’Archivio di Stato di Torino, di cui ho avviato lo studio sistematico. Un potere lacerato al suo interno da conflitti durevoli intorno a risorse a loro volta disperse e di identificazione non immediata. Il potere degli Scarampi, che si estende sia pure con discontinuità a tutta l’area, si concentra intorno a una serie di punti caldi: intanto, castelli/caseforti, che la ricerca ha tentato di esaminare anche negli aspetti di cultura materiale rilevabili con l’osservazione di sito e che un contributo di Enrico Giannichedda illustra nel volume; cascine feudali, vere e proprie enclaves di immunità giuridica e politica; traffici commerciali silenziosi e controllati attraverso un complesso sistema di pedaggi e franchigie, studiati da Marco Battistoni nel quadro del sistema commerciale ligure-piemontese; una struttura creditizia funzionale all’esercizio del potere su contadini e al controllo delle attività commerciali. Essa veniva assicurata da una presenza ebraica anch’essa caratteristicamente dispersa sul territorio, almeno fino alla costituzione dei ghetti da parte di Vittorio Amedeo II: un saggio di Marco Dolermo ne restituisce i primi, suggestivi aspetti.

Uno sguardo alle formazioni politiche ribadisce insieme frammentazione del potere ed eterogeneità dei riferimenti politici. Un carattere che è visibile già a livello signorile: gli Scarampi, ad esempio, hanno cercato a lungo di barcamenarsi tra i diversi centri di potere che li circondavano - città come Savona, Alessandria, Asti, Casale ed Acqui, poteri territoriali come Marchesato di Monferrato, Ducato di Milano, Ducato di Savoia e Plenipotenza Imperiale. I notabilati locali si rivelano fortemente dinamici nei loro legami strumentali con i poteri signorili e territoriali, come rileva un contributo di Blythe Raviola; Elena Ragusa mostra come questo sia ancora vero tra Otto e Novecento, studiando la ricostruzione degli edifici parrocchiali in diocesi di Acqui.

Il binomio frammentazione del potere ed eterogenità dei riferimenti culturali non sembra tuttavia una caratteristica dell’Antico Regime, e non sembra neppure derivare dall’assenza di poteri capaci di controllo capillare: nell’Ottocento, le due valli sono teatro di investimenti fondiari eterogenei, la cui analisi ha ad esempio rivelato una forte presenza genovese, legata alla villeggiatura e capace di incidere sugli assetti proprietari e sulle scelte di rinnovo dell’arredo e degli edifici sacri. Ne raccontano i tratti salienti i lavori di Carlo Bertelli, Davide Canazza e Cristina Giusso,che hanno rintracciato elementi in grado di rovesciare l’interpretazione storica del Piemonte meridionale: è Genova, e non Milano, e neppure, ovviamente Torino, a suscitare le nuove attività produttive (seta) che si traducono tra Sei e Settecento in un vero e proprio distretto della seta.

Si segnala la decisione del Ministero dei Beni Culturali di mettere on-line l’opera, nel gennaio 2004.